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del Little Gospel Choir

BOHEMIAN RHAPSODY

24 novembre 2019

“Mi ha preso la mano, ci siamo guardati negli occhi e mi ha detto “Grazie”.  Così Peter Freeston, assistente personale e confidente di Freddy Mercury, racconta di quella sera del 24 novembre 1991, quando il frontman si spense a soli 45 anni. Rita Levi Montalcini ricordava spesso che ciò che conta sono i messaggi che lasciamo: quelli ci fanno sopravvivere alla nostra morte. E lui, di messaggi, ne ha lasciati parecchi. Alcuni espliciti, altri criptici. Come Bohemian Rhapsody, ad esempio: in 44 anni ( l’anniversario della sua pubblicazione è stato lo scorso 31 ottobre ) in tanti ci siamo chiesti quale fosse il suo significato.

Partiamo collocando questa rapsodia all’interno di un progetto molto più ampio “A night at The Opera” e ricordando la passione smisurata di Mercury per la Lirica. Basti pensare agli omaggi a Figaro e Magnificat , le Nozze mozartiane e l’opera di Bach. Aggiungiamo la sua cultura, musicale e non, e la capacità di stenderla su un pentagramma. Ancora,  le radici parsi di un ventenne che si trova immerso nel fermento londinese degli anni sessanta: il mantra “pensieri buoni, parole buone, azioni buone”  stride se appaiato agli inviti “diabolici” della City. Ed anche l’amore di una madre e l’intransigenza culturale di un padre possono fare poco per trattenere uno spirito libero che decide di prendere la propria strada, rivelare le sue inclinazioni e, rinunciando a ciò che è stato, puntare sul tavolo d’azzardo il suo stesso futuro, che è tutte le fiches che possiede, sperando che il banco paghi con il successo personale e artistico.

Bohemian non fa riferimento tanto al vivere gitano, libertino e dissoluto dei Bohémiens. Credo che gli occhi vadano puntati sul teatro d’opera. La Bohéme pucciniana, intanto, e il vivere romantico e artistico dei suoi protagonisti.  Alcuni scomodano la Cavalleria di Mascagni e il suo compare Turiddu, ma mi pare una forzatura. Vanno puntanti sicuramente sul Faust tedesco, originario proprio della Boemia:  protagonista dei racconti popolari, passato sotto la penna di Goethe e finito sullo spartito di Gounod nell’opera lirica omonima, in cui Faust cede alle lunsighe del diavolo e gli vende l’anima. Nel testo compaiono anche Scaramouche, maschera del teatro italiano: la scaramuccia, il litigio, non a caso nel testo avvicinata al passo a due del Fandango. Un Pas de deux tra noi e gli altri, tra noi e noi, tra il bene e il malo. Tra Bismillah, la prima parola del Corano, “in nome di Dio”,  subito contrapposta a Belzebù, il diavolo.

Tirando le fila di tutto questo, rileggendo il testo e lasciandosi trasportare dall’insieme di generi musicali racchiusi in questo monumento musicale moderno, il significato di Bohèmian Rhapsody mi è parso molto chiaro. Freddy racconta di se. E di tutti noi, infondo.

“ Mamma, sto cambiando. Il vecchio Farrokh è morto e questa vita mi sta stretta e  non fa più per me. Voglio essere diverso. Sono diverso e devo affrontare la verità. Non volevo farti piangere, ma ora devo proprio andare” .  Ci parla dello scontro con la famiglia, della lotta tra le proprie radici e la tentazione di cedere alla tentazione, tra ciò che ci dicono essere giusto fare e quello che ci piace fare, tra quello che è buono per gli altri e cio che lo è per noi. E della lotta, costante e vitale, contro i nostri demoni. Un passo a due che è la spinta stessa della vita, sino all’ultimo gong, risolutivo e pacificatore, che Freddy Mercury ha suonato per tempo, poco prima della sua morte, con quell’annuncio sulla sua malattia. E’ stato liberatore per lui e propulsivo per noi, perchè ha iniziato a scalfire quella crosta di pudore malsano che la società aveva costruito attorno all’Aids, ponendo le basi per iniziare ad affrontarla senza tabù.

Ma c’è un ultima parte della mia lettura, che credo sia di molti e che ho particolarmente a cuore.  In questa scrittura ci sono una ballad, l’opera, il pop, un rock ben piantato, il bene e il male, il diverso che diventa normale e c’è, dunque, un melting pot di culture, etnie, stili musicali, tradizioni. E c’è l’altro, che è diverso da noi, che è una differente versione di noi. Che siamo, pure, “altro”. Perchè la Musica, quella vera,  è così: inclusiva, paritaria, propositiva, stimolante. E’ una bandiera bianca alla fine della guerra, è un tavolo al quale confrontarsi, è una finestra per vedere il punto di vista degli altri. E per capire anche il nostro, perchè troppo spesso partiamo dall’assunto che sia quello giusto ma…no, è solo una versione tra tante.

Ah, non dimenticatevi di noi, eh! Stiamo lavorando duramente per rinverdire e rinfrescare il nostro repertorio, ma Bohemian Rhapsody resta in lista!